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Non ci sono più gli eroi a cavallo

Per raccontare l’arte pubblica nella sua definizione contemporanea occorre partire da una frase della critica d’arte statunitense Arlene Raven: “Public art isn’t a hero on a horse anymore”.

Cosa significa? Questa frase traccia un confine molto netto tra quello che era lo spazio urbano fino alla seconda metà del Novecento – un decennio o due dopo la fine della seconda guerra mondiale – e ciò che accade dagli anni Sessanta in avanti. L’arte cambia forma e linguaggio, il tessuto urbano inteso come spazio e rapporto con gli abitanti muta profondamente, gli stessi cittadini manifestano un modo diverso di appropriarsi o sottrarsi al rapporto con il tessuto urbano.
L’arte pubblica che esisteva fino ad allora non ha più nessun significato rispetto a questi nuovi rapporti. Gli eroi ottocenteschi celebrati nel marmo e nel bronzo, a cavallo o in toga, seduti o in piedi, non rappresentano più il modo di relazionarsi con la propria storia. Lo spazio urbano stesso non sembra più il luogo per raccontare e celebrare la storia locale e nazionale con i linguaggi della scultura figurativa.
Lo spazio urbano diventa il luogo in cui ricucire le separazioni sociali, in cui creare nuove forme di aggregazione, di raccontare il contemporaneo rapporto tra le dimensioni del verticale (le struttre architettoniche),dell’orizzontale (il territorio percorribile dai singoli) del tempo (flessibilità e frammentazione dei ritmi di vita) e delle relazioni (individualità dominante sulla coralità).
L’arte pubblica prova a rispondere ad alcune richieste culturali e anche sociali.

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