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Lea Vergine, vita di una critica d'arte

Cosa succede quando Lea Vergine, una delle più grandi firme della critica d’arte italiana racconta se stessa? Cosa può emergere dal vissuto individuale che non sia già stato edito nei saggi, negli articoli, nelle presentazioni delle mostre?

Evidentemente molto, se l’autrice del saggio Il corpo come linguaggio, che nel 1974 codificò la body art in Italia, nel 2016 pubblica la propria autobiografia in dialogo con Chiara Gatti.

Nel saggio si incrociano storie personali e familiari, legami e ricerche, idee e resoconti dei rapporti con gli artisti internazionali che dalla metà degli anni Sessanta furono oggetto delle teorie critiche di Lea Vergine.

Il viaggio individuale e universale di Lea Vergine

Questo saggio non ha portata innovativa, non ha esiti dal sapore inedito e fondativo di nuovi approcci. È un racconto privato, che incrocia Picasso, Dora Maar, Lucio Fontana, Burri e Fautrier, Argan, Brandi, Enzo Mari.

È una specie di viaggio a partire da un punto di vista individuale, che tocca tuttavia il tema centrale e universale della definizione dell’arte, in particolare quella contemporanea. Così essa diventa una faccenda che non è per le persone perbene (perifrasi così affascinante da diventare il titolo del volume), poiché non consola, ma dilania. È “il meraviglioso e il mostruoso insieme”, è uno specchio che mostra ciò che c’è nell’anima dell’uomo.

Se pure non ha la portata rivoluzionaria né le pretese de Il corpo come linguaggio, il testo è una confessione intima e affascinante di una delle figure più carismatiche, intuitive e complesse della critica d’arte italiana.

Resta la domanda nascosta nel titolo: come siamo fatti noi che non siamo persone perbene?

 

LEA VERGINE
L’arte non è faccenda di persone perbene
Conversazioni con Chiara Gatti
Rizzoli, 2016

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