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A cosa serve oggi la critica d'arte?

Non molto tempo fa questa domanda non avrebbe avuto nessun motivo di essere posta. La critica d’arte era il centro nevralgico del sistema dell’arte contemporanea, e il critico era la figura che costruiva percorsi di riflessione e di comprensione per lo sguardo dell’uomo comune, oltre che di ricerca estetica. Il critico connetteva e razionalizzava la creatività degli artisti attraverso le esposizioni, i testi, i cataloghi.
Poi è sorta la figura del curatore. Lapalissianamente quest’ultimo cura le mostre, con i relativi cataloghi (e i loro testi). Propone un concetto centrale intorno al quale costruisce la sua esposizione, la collezione di un museo, gli spazi urbani.

E il critico? È una bestia ormai rara, prossima all’estinzione?
Ovviamente no. Eppure vista la conclamata (a volte esagerando) distanza tra le masse e l’arte contemporanea, che sembra sempre più ostica e incomprensibile, è ovvio che la critica d’arte abbia un ruolo più che necessario.
Potere all’arte? Certo che si, ma anche potere alla critica. A coloro che studiano e comprendono il lavoro di un artista e il senso della sua ricerca, unendo i puntini invisibili che collegano le nuove generazioni alle ricerche del passato, che evidenzino le influenze, l’innovazione, ma anche l’involuzione.
Critici e curatori non sono contrapposti. Sono due dei numerosi ruoli (artista in primis, gallerista, collezionista, direttore di museo) di un sistema complesso, in cui spesse volte accade che uno soverchi l’altro. Mantenendo ruoli ed equilibri, uscendo dal vizio di produrre testi da iperuranio incomprensibili ai più, anche quel baratro tra il pubblico e l’arte contemporanea potrebbe ridursi, forse sparire.

Uno dei più grandi critici italiani del XX secolo, Giulio Carlo Argan, ha descritto la critica come “la reazione ad un evento – l’opera d’arte – che accade sotto i nostri occhi. Comunica notizie, ma con un’annessa idea del valore […] in modo da essere suscettibile di più, molte, infinite interpretazioni”; pochi anni dopo Harald Szeemann, padre della curatela moderna, rispetto al proprio lavoro e all’opera d’arte ha detto: “Allestire è amare, perchè vuol dire […] visualizzare e rendere visibile il proprio disegno teorico, le proprie idee”.

Perciò partiamo dalle idee e cerchiamo di capire il presente, attraverso le voci della critica contemporanea.

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